La fattoria di Grillo

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Lo ammetto: non sono mai stato un appassionato della lettura; sarà perché sono un sostenitore dell’audiovisivo – si noti bene: cinema, non televisione; sarà perché ho sempre preferito fare altre cose nei cosiddetti punti vuoti della giornata, ma da quando ho cancellato il mio account Facebook, durante il tragitto che divide casa mia dall’università, ho iniziato a leggermi qualche libro, invece di essere costantemente collegato a Facebook per vedere cosa fanno, pensano, fotografano o mangiano gli altri (di cui non me ne frega un cazzo, sinceramente) – all’università ci vado in metro, quindi non iniziate a pensare robe del genere “oddio, leggi mentre guidi”.

Sono lì in piedi, bloccato, davanti ad uno strano coso rettangolare: la libreria – ma davvero abbiamo sempre avuto una libreria in casa? Faccio danzare il mio sguardo da un titolo all’altro, fin quando – quasi come uno stanco piccione viaggiatore – mi poso dolcemente su un libricino rosso, sulla cui copertina è raffigurato un disegno – quasi astratto – di un maiale in giacca e cravatta che bacia una giovane donna bionda. Leggo l’intestazione: La fattoria degli animali di George Orwell; avevo già sentito quel titolo – un milione di volte – e adesso ero pronto ad andare oltre, ad aprire le pagine e affogare delicatamente sotto le lettere stampate. Bene, ora sono davvero pronto.

Due settimane dopo

Oh mio Dio; questo libro parla del Movimento 5 Stelle. Altro che Russia, Stalin, Trockij, Marx, mulini in pietra, patate, grano e comandamenti dell’animalismo; qui siamo in piena Italia contemporanea.

Gli animali della Manor Farm – metaforicamente, l’Italia -, maltrattati e sfruttati dal signor Jones, il padrone della fattoria, vengono a conoscenza del sogno di un vecchio e saggio maiale, chiamato Vecchio Maggiore – questo è troppo Casaleggio; in questo sogno, gli animali sono liberi dall’oppressione dell’uomo e i soli artefici del proprio destino – ci mancava solo che dicesse che Internet fosse il mezzo di comunicazione assoluto. Il signor Jones, diventato ormai un alcolista – o forse troppo preso dai vari festini che si svolgevano all’interno della sua abitazione –, inizia a trascurare la propria fattoria, fino a quando un giorno, gli animali, arrivati al limite della sopportazione, sfondano i recinti e iniziano a combattere contro gli umani, riuscendo a cacciare questi dalla fattoria, la quale diventa di loro esclusiva proprietà e viene ribattezzata come Animal Farm; si viene così a formare una vera e propria organizzazione piramidale con a capo due maiali: Palladineve – che successivamente verrà scacciato in malo modo, analogamente ai dissidenti del M5S – e Napoleone – eccolo qui Beppe. Gli altri animali della fattoria vengono continuamente rimbambiti da motti che inneggiano alla libertà e all’uguaglianza, come “quattro gambe buono, due gambe cattivo” “tutti gli animali sono uguali”, ma ad ingrassare sono solo i maiali. Napoleone fa ricadere tutte le colpe sull’esiliato Palladineve e attribuisce a sé tutti i meriti; inoltre tradisce anche i suoi sostenitori più fedeli – come il cavallo Boxer, che è condotto al macello quando non è più utile agli interessi dei maiali. Gli ideali di uguaglianza e fraternità proclamati al tempo della rivoluzione sono traditi da un unico comandamento che si sostituisce agli altri sette: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”. Beppe Grillo ha sempre considerato il M5S come un non-partito, ma la frase che chiude il romanzo di G. Orwell diviene più esplicativo di molte altre parole: “[…] le creature di fuori guardavano dal maiale all’uomo, dall’uomo al maiale e ancora dal maiale all’uomo, ma già era loro impossibile distinguere fra i due”. 

Considerate che tutta questa riflessione è derivata dalla cancellazione dell’account Facebook; mica bruscolini.

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